Plasmaterapia e COVID-19

A cura di Rosanna Dolce

Revisione di Francesca Falasco

Oggi l’OsservatorioCOVID19 si occuperà della plasmaterapia in ambito COVID-19.

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Cos’è la plasmaterapia

L’immunoterapia passiva permette di ridurre i sintomi di una malattia infettiva attraverso la somministrazione di plasma di pazienti in via di guarigione o guariti dalla stessa malattia e pertanto ricco di anticorpi contro l’agente patogeno specifico.

Questa terapia non è certo innovativa. Nel 1901 portò infatti Von Behring ad ottenere il premio Nobel per la medicina e la fisiologia, ed è stata impiegata sull’uomo per la prima volta negli anni venti del secolo scorso durante la pandemia causata dal virus H1N1, passata alla storia con il nome di influenza spagnola; è stata utilizzata anche contro la MERS nel 2012 e l’Ebola nel 2015.

Tuttavia, in più di 100 anni non è stata dimostrata come un approccio stabile nella lotta ai patogeni: ad oggi viene considerata come un mezzo per evitare il peggioramento di un quadro clinico già di per sé grave e, di conseguenza, per avere maggiore tempo a disposizione per trovare una cura alla malattia. 

Plasmaterapia per COVID-19 nel mondo

Una review internazionale dimostra come la plasma terapia per l’infezione da SARS-CoV-2 abbia dato risultati incerti, questo deriva probabilmente dal fatto che la popolazione oggetto degli studi sia in condizioni critiche e pertanto più a rischio di sviluppare effetti avversi. Molti studi dimostrano che si tratta di un approccio sicuro e potenzialmente benefico, ma sembra ci sia bisogno ulteriori ricerche per sviluppare un approccio standardizzato.

I primi paesi ad impiegare la plasmaterapia per il SARS-CoV-2sono stati Cina e Korea, i primi che hanno fronteggiato l’infezione; inizialmente la terapia è stata somministrata in pochi pazienti abbastanza critici in cui il miglioramento osservato ha indotto anche alcuni ospedali statunitensi ad optare per questa strategia.

Nonostante non sia dimostrata la sua efficacia, l’impiego della plasma terapia si è diffuso rapidamente e ad oggi si ritiene che i suoi potenziali benefici siano nettamente superiori ai suoi potenziali effetti avversi. Inoltre, gli anticorpi isolati dal plasma rappresentano uno “starting material” dal quale ottenere anticorpi policlonali che offrano un’opzione terapeutica affidabile ed applicabile su larga scala.

Plasmaterapia per COVID-19 in Italia

I primi centri italiani a partire con le sperimentazioni sono stati gli ospedali di Pavia e di Mantova.

In Calabria è attivo uno studio che prevede di includere 400 pazienti in cui confrontare la combinazione di plasma terapia e terapia standard con la sola terapia standard. L’obiettivo è quello di valutare l’efficienza della terapia nel ridurre lo stato infiammatorio del paziente e la mortalità.

Anche a Roma è stato avviato uno studio su soggetti di età superiore a 65 anni con comorbidità: lo studio vuole valutare la progressione della malattia in soggetti che ricevono la terapia standard combinata al plasma ricco di anticorpi.

La terapia al plasma ha alcune limitazioni: necessita l’impiego di apparecchiature costose e richiede ampi volumi di fluido di sostituzione al plasma per il donatore; quest’ultimo limite si può ovviare con la somministrazione di albumina che però aumenta il rischio di emorragie dovute ad un calo dei fattori di coagulazione. Per superare tali limiti, a Bergamo è stato approvato uno studio pilota che prevede l’utilizzo di una singola sessione di aferesi mediante la cosiddetta double-filtration plasmapheresis (DFPP). Il plasma viene filtrato due volte: la prima volta per separarlo dalle componenti cellulari del sangue, la seconda per separare molecole in base al loro peso molecolare; questa seconda filtrazione trattiene le molecole più pesanti facendo passare il plasma con le molecole più piccole – inclusa buona parte dell’albumina – in modo che possa rientrare in circolo del donatore. In questo modo si raccolgono gli anticorpi del donatore evitando una grande perdita di fluidi e di albumina. La quantità di immunoglobuline così raccolta supera di 3-4 volte quella disponibile con una singola donazione di plasma. Lo studio sarà condotto su 10 pazienti in terapia intensiva che hanno sviluppato un quadro piuttosto critico.

Un recente comunicato dell’AIFA introduce lo studio TSUNAMI (Transfusion of convalescent plasma for the treatment of severe pneumonia due to SARS-CoV2), uno studio nazionale che coinvolge 56 centri distribuiti in 12 regioni italiane con il fine di ottenere dei dati robusti circa la sicurezza e l’efficacia della terapia mediante il plasma  impiegando un unico protocollo.

La terapia al plasma non sarà certo una risposta definitiva alla pandemia in corso, ma rappresenta una speranza, un modo per guadagnare tempo in attesa di cure più mirate ed efficaci, e un’opportunità per i guariti di compiere un gesto di solidarietà i cui benefici non sono mai da sottovalutare.

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Rosanna Dolce

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Laureata in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche, abilitata Biologa, lavoro in un’azienda biotecnologica in Quality Assurance. Da poco affacciata al mondo della Ricerca Clinica, cerco di conoscerlo e comprenderlo sempre di più, grazie alla mia grande curiosità e al mio entusiasmo. Ciò che più mi affascina di questo settore è la possibilità che i pazienti hanno di accedere alle cure più avanzate, impensabili fino a qualche decennio fa.

Francesca Falasco

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Attualmente Data Manager, ho formato la mia mente scientifica come ricercatrice durante il corso di laurea magistrale in Medical Biotechnologies e la successiva esperienza all’estero. Il mio interesse per il mondo della Ricerca Clinica è affiancato da una forte passione per la scrittura e la comunicazione scientifica, ambiti che sto approfondendo attraverso specifici corsi di formazione.