XIII Congresso SSFA e le prospettive per la ricerca clinica in Italia: dalle situazioni di crisi possono nascere le nuove opportunità

 

Si è appena concluso il XIII Congresso della Società di Scienze Farmacologiche Applicate (SSFA), tenutosi lunedì 31 Marzo e martedì 1 Aprile ed una nuova leva della ricerca clinica, come chi scrive, non poteva non essere presente, complice la partecipazione al Master dell’Università Cattolica.

Il programma del congresso ha toccato tutti i temi “caldi” della ricerca clinica, puntando anche a tirare le somme (sarà che come tutti i compleanni, anche il 50° anniversario della Società spinge a fare bilanci), tra presente e futuro, per quanto riguarda la situazione della ricerca clinica in Italia. Il quadro che emerge non è certo confortante, soprattutto per chi si affaccia, con passione ed entusiasmo, alla porta di questo mondo: come due tavole rotonde (e, a dire il vero, diversi e non poco velati commenti di parecchi relatori) hanno potuto ben evidenziare, la tendenza delle aziende farmaceutiche, soprattutto delle grandi multinazionali, è quella di trasferire il processo di Ricerca e Sviluppo in Paesi in cui l’intero iter risulti, se non meno costoso, sicuramente più efficiente da parte delle agenzie regolatorie e dei comitati etici nazionali. L’Italia si sta così trasformando pian piano semplicemente in un mercato, in cui “piazzare” nuovi farmaci ideati, prodotti e sperimentati altrove.

Aziende come Gruppo Servier, Biogen Idec, GSK indicano come figure professionali importanti in Italia quelle legate al Market Access, cioè a tutta l’area che riguarda l’accesso al farmaco (collocazione in una precisa area terapeutica, definizione del prezzo…), e al Marketing. Altro campo appetibile, per medici PhD, è quello della Medicina Traslazionale. Per chi si interessa del processo di ricerca clinica sembra esserci poco spazio. Inoltre, le diverse posizioni lavorative sono state poco descritte e non sono emerse le caratteristiche (i cosiddetti “skills”) che un candidato dovrebbe possedere per poter ricoprire questi ruoli. La conversazione si è così spostata pian piano verso una discussione per addetti ai lavori, piuttosto che un’occasione per illustrare ai giovani delle opportunità. Per onestà intellettuale occorre anche dire, che nessuno dei “giovani” presenti, forse annichiliti dall’ondata di pessimismo cosmico che stava annegando l’intera conversazione, ha posto qualche domanda ai relatori. E’ rimasta così un po’ nell’aria la spiacevole sensazione che, mentre tutti i rappresentanti dell’Industria e delle Università concordino sul fatto che occorra investire nella ricerca clinica per rimettere in moto un sistema italiano caratterizzato da un’enorme qualità, poi in realtà nessuno se la senta di assumersi quello che in questo momento è considerato un investimento troppo rischioso. Tuttavia, sono emerse anche diversi punti interessanti e spunti positivi, che consentono di tracciare una strada per uscire dal pantano. Innanzi tutto le company più interessanti: CRO, Biotech e Mid-sized company sono quelle che hanno maggiori chance nel nostro Paese. Come per altri settori industriali, l’Italia non sembra fatta per le multinazionali, ma per piccole-medie imprese caratterizzate da un’estrema QUALITA’. Proprio per questo è necessario formare specificatamente i giovani per prepararli a ricoprire tutti i ruoli-chiave nel processo di ricerca clinica e il Master, sommato ad una formazione continua, costituisce ancora un criterio nella selezione dei candidati per i rappresentati delle aziende presenti (oltre ai sopra citati ricordiamo anche Chiesi, Rottapharm e Pfizer).

Veniamo quindi agli skills richiesti da chi assume: il candidato ideale possiede capacità spiccate di fare network e di problem solving, ha una visione di business, conosce bene l’inglese, è instancabile e pronto alla mobilità ed al sacrificio per realizzare i proprio obiettivi.

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Proviamo anche noi a tirare le somme, facciamo tesoro deli consigli degli esperti e permettiamoci qualche considerazione: il nuovo regolamento europeo, presentato in questa occasione e che vedrà la sua completa attuazione nel giro di due anni, può costituire per l’Italia un’enorme opportunità per ritornare ad occupare una posizione dignitosa nel ranking mondiale. Tutti, AIFA, comitati etici, regioni, governo nazionale, singoli sperimentatori dovranno fare uno sforzo organizzativo per associare all’eccellenza che già ci caratterizza nel mondo, il termine efficienza. Infine, l’industria farmaceutica dovrà scegliere di correre il rischio di investire in giovani professionisti, appassionati e decisi ad intraprendere la strada della ricerca clinica. Molti dei relatori hanno raccontato di essersi accostati alla ricerca clinica “per un caso fortunato”. Paradossalmente ora c’è un bacino di giovani che ha SCELTO questa strada e si sta preparando in modo mirato per ricoprire determinate posizioni, mettendosi in gioco. Per tornare ad essere competitivi è probabilmente su di loro che si dovrà contare, in modo che al centenario SSFA si possa guardare a questi anni come ad un periodo di crisi da cui ci si è saputi risollevare con le decisioni, le energie ed il coraggio.

Alessia Pasqualato