Studi clinici: sì o no? Questo è il problema

A cura di Ilaria Rita Denicolai

 

È triste pensare come oggigiorno viviamo nell’epoca in cui molte persone hanno perso fiducia nella Scienza.

Sempre più persone decidono di curare autonomamente malattie rare e gravi senza l’aiuto di uno specialista. Sempre più persone si affidano a blog, a siti inaffidabili, a “credenze popolari” prive di alcun fondamento scientifico, a santoni che promettono l’impossibile, alla medicina alternativa (se così possiamo definirla). Sempre più persone pensano di avere la Conoscenza sufficiente per poterlo fare, quasi come se la laurea in medicina sia diventata un optional, qualcosa di cui si può fare a meno, o peggio, un nemico contro cui combattere.

Un farmaco è una sostanza (o un’associazione di sostanze) impiegata per curare o prevenire una specifica malattia. Ma come si valuta se un medicinale è davvero efficace e, soprattutto, non arreca danni alla salute? Per comprendere le sue proprietà, quantificare il rapporto tra gli eventuali rischi e i benefici che se ne traggono dalla sua assunzione, la molecola chimica che aspira a diventare un farmaco è sottoposta a una lunga serie di studi, condotti prima in laboratorio e su animali e poi sull’uomo. Queste ricerche, la cui durata oscilla in genere tra i sette e i dieci anni, sono a carico del “proprietario” del farmaco (il più delle volte un’industria farmaceutica) e si articolano in diverse fasi: studi “in vitro” e “in vivo” sugli animali (sperimentazione pre-clinica) e studi cosiddetti di fase 1, di fase 2 e di fase 3 eseguiti sull’uomo (sperimentazione clinica).

Gli studi clinici sono lo step più importante da affrontare affinchè un nuovo farmaco venga approvato dalla FDA (Food and Drug Administration) e commercializzato. Nella stragrande maggioranza dei casi, si svolgono regolarmente, senza particolari problemi; il farmaco viene immesso in commercio ed utilizzato. Solo in rarissimi e sfortunatissimi casi, gli studi clinici si possono trasformare in vere e proprie tragedie. L’articolo “Top 10 clinical trials that went horribly wrong” – Listverse, riporta alla luce senza giri di parole una serie di vicende inaccettabili anche per il mondo scientifico.

La sig.ra Mary Weiss, da madre amorevole, si era opposta alla partecipazione del figlio Dan allo studio condotto dall’università del Minnesota (Clinical Centre in Fairview) mirato a comprendere quale di tre farmaci alleviasse in modo migliore i sintomi della sua schizofrenia: Seroquel, Risperdal o Zyprexa. Nessuno al mondo può prevedere gli effetti della somministrazione di un farmaco finché questa non avviene ma Mary sentiva che qualcosa sarebbe andato storto. In effetti aveva ragione: poco dopo l’inizio del trattamento con Seroquel i sintomi di Dan peggiorarono drasticamente finché commise suicidio. Ciò che più rattrista di questa vicenda sono gli innumerevoli tentativi compiuti da Mary per rimuovere suo figlio dallo studio per proteggerlo ma il team che se n’è occupato non è stato capace di gestire la situazione: invece di rassicurarla (anche se probabilmente non avrebbe sortito alcun effetto) l’ha minacciata di rinchiudere suo figlio in un centro specializzato.

Se questa vicenda ha iniziato a scuotere gli animi di qualcuno, sicuramente la prossima non sarà da meno.

Gennaio 2016, Francia. L’azienda Biotrial stava conducendo uno studio mirato alla selezione di un ansiolitico potenzialmente somministrabile a pazienti affetti da cancro e da morbo Parkinson. Scopo nettamente più nobile rispetto alle azioni dell’azienda. Infatti, pare che fossero già noti effetti collaterali severi in seguito alla somministrazione dell’API negli studi pre-clinici condotti sui cani che comportarono la morte di molti di essi e danni cerebrali irreparabili nei sopravvissuti, esattamente quello che successe ad un ragazzo di 20 anni in perfetta salute che decise spontaneamente di partecipare allo studio, al quale venne diagnosticata la morte cerebrale solo dopo una settimana di trattamento a dosi maggiori rispetto alle minime che non sortivano alcun effetto dannoso.

Questa vicenda, purtroppo, non ha sconvolto l’opinione pubblica quanto la vicenda che divenne tristemente famosa negli anni 60 e conosciuta come “la vicenda della Talidomide“. Ancora oggi tutti ne parlano e la conoscono come uno dei più grandi disastri accaduti in campo medico. Pochi sanno che la Talidomide era stata prodotta inizialmente in Germania come farmaco per trattare alcune infezioni respiratorie. Solo dopo venne proposta come antiemetico in donne in gravidanza e somministrati entrambi gli enantiomeri di cui la molecola era costituita (uno rappresentava l’API mentre l’altro sembrava innocuo). Ciò che sconvolge dello studio è come tutti i risultati ottenuti non evidenziarono alcun tipo di problema, quantomeno nella madre, peccato che non erano stati esaminati gli effetti sul feto, punto decisamente non trascurabile data la finalità dello studio stesso. Infatti, il farmaco venne immesso in commercio nonostante mancassero delle informazioni e con effetti teratogeni spaventosi che hanno condizionato irreversibilmente la vita di madri e figli.

Non da meno il caso di Jesse Gelsinger, 18 anni, uno dei tanti che credeva nella terapia genica, tanto da morire per essa. Jesse era nato con una rara condizione, nota come “OTC”, che impediva alle sue cellule epatiche di eliminare l’ammonio rilasciato durante il metabolismo degli amminoacidi sotto forma di urea. Attualmente si pensa che la terapia genica sia la medicina del futuro ma quando succedono cose come questa, il cuore non può fare a meno di fermarsi per un secondo. Jesse venne trattato con una dose eccessiva di farmaco nonostante i suoi livelli di ammonio fossero così alti da doverlo fare escludere dal trattamento e nonostante molti soggetti prima di lui avessero sviluppato reazioni avverse. Purtroppo il trattamento, che prevedeva l’utilizzo di un virus, causò a Jesse prima l’ittero, poi un malfunzionamento del fegato e infine la morte cerebrale.

Quando poi si dice “peggio di così non può andare…” in realtà è perché ancora non si è parlato delle truffe che persone senza dignità escogitano a spese dei sofferenti, esattamente come fece Anil Potti, il quale divenne famoso negli anni 2000 prima per aver trovato la cura miracolosa per il cancro con una percentuale di guarigione dell’80% e poi per essere stato accusato di aver falsato i dati degli studi da lui condotti e da lì in poi screditati. Ai suoi studi parteciparono molte persone spinte dalla voglia di guarire da questa malattia che ti distrugge interiormente ed esteriormente tra cui Joyce Shoffner, affetta all’epoca da cancro al seno. Attualmente non ha più il cancro ma convive ancora con gli effetti collaterali derivanti dal trattamento utilizzato da Anil Potti a base di un cocktail di farmaci quali adriamicina e cytoxan, tra cui diabete e trombi.

Che possiamo dire invece degli studi clinici che coinvolgono le cellule staminali? A proposito di questo l’articolo afferma che nel gennaio del 2017 tre donne, tra i 72 e gli 88 anni, affette da degenerazione maculare, hanno perso la vista in seguito al trattamento, a pagamento, con cellule staminali, considerato tra l’altro assolutamente rischioso dai maggiori esperti in oftalmologia. Chiaramente, gli studi a pagamento non sono mai realmente a tutela dei pazienti: sono truffe o tentativi di estorcere denaro illecitamente. Infatti, nemmeno il migliore dei propositi ha permesso all’azienda Juno di salvaguardare la salute dei pazienti affetti da leucemia. Durante la sperimentazione di un nuovo trattamento che prevedeva l’utilizzo delle cosiddette CAR-T cells, cellule che si supponevano in grado di identificare e rimuovere le cellule tumorali, sono morti tre pazienti a causa di un edema cerebrale, <<una conseguenza alquanto normale per chi è stato sottoposto a questo trattamento>> disse l’azienda che non fermò lo studio nemmeno davanti alla morte di tre suoi partecipanti.

È difficile rimanere impassibili davanti a tutti questi orrori ed è impossibile farlo anche dopo aver letto della morte di Nicole Wan, che aveva deciso di partecipare ad uno studio clinico mirato a verificare gli effetti dell’inquinamento sui polmoni tramite broncoscopia. Purtroppo, l’università di Rochester, che si occupava dello studio, si era “dimenticata” di avvisare Nicole del fatto che avrebbe prelevato cellule della mucosa bronchiale durante la broncoscopia per ulteriori studi (chiaramente non autorizzati). Poco dopo Nicole morì in seguito alla somministrazione di una dose eccessiva di lidocaina che le è stata letale, così come è stata letale la somministrazione di esametonio, un farmaco che si supponeva in grado di alleviare i sintomi dell’asma, per Elle Roche. Lo studio a cui aveva deciso di partecipare prevedeva l’induzione dei sintomi tipici dell’asma e poi la somministrazione di esametonio per tentare di alleviarli. Ciò che più sconvolge della vicenda è che i partecipanti allo studio hanno scoperto solo dopo che il farmaco non era stato approvato dalla FDA e che avrebbero potuto mettere a repentaglio la loro vita senza saperlo!

Ultimo ma non per importanza, il caso dell’uomo “elefante”. Londra, 2006, si stava sperimentando una nuova molecola contro il cancro, il famosissimo TGN1412. L’azienda Parexel assicurò che non ci sarebbero stati effetti collaterali particolari (minimizzò gli effetti collaterali possibili!), nausea e vomito al massimo ma non fu assolutamente così: alcuni pazienti persero dita dalle mani e dai piedi, altri si contorsero dal dolore ed erano spompati dal vomito continuo e ad uno in particolare si gonfiarono così tanto le orecchie da sembrare un elefante (così disse la sua ragazza). È decisamente un altro caso di “malpractice“: pare che il tempo di somministrazione della dose del farmaco fosse solo di 6 minuti contro i 90 impiegati sugli animali e pare che il team che si occupava della sperimentazione sugli animali abbia scelto di testare la molecola su un macaco, un genere di primati che ha un DNA simile a quello umano solo per il 94%, piuttosto che sul genere bonobo che ha il 98% di corrispondenza.

Dopo tutto questo, possiamo ancora veramente dare torto a tutte quelle persone che non credono più alla Scienza e nella Medicina? Ciò che posso dire è che tutti noi abbiamo il diritto di scegliere. Il bene e il male esistono in ognuno di noi e in ogni cosa. La medicina non è mai una scienza esatta, dicono. È imprevedibile. Nessuno di noi sa cosa può succedere al 100%. Nonostante questo, però, non possiamo ignorare i titanici sforzi e passi avanti che ogni giorno vengono compiuti nel campo degli studi clinici e della farmacovigilanza. La normativa europea in materia di farmacovigilanza è stata infatti modificata con l’adozione nel 2010, del Regolamento UE 1235/2010, la cui applicazione è operativa  dal  2 luglio 2012, e della Direttiva 2010/84/UE, attualmente in fase di recepimento.

E’ stato stimato che il 5% di tutti gli accessi in ospedale sono dovuti a reazioni avverse (ADRs), che il 5% di tutti i pazienti già ricoverati in ospedale presenta una ADR e che le ADRs sono al quinto posto tra le cause di morte in ospedale. Pertanto, si è reso necessario intervenire sulle normative in vigore al fine di promuovere e proteggere la salute pubblica riducendo il numero e la gravità delle ADRs e migliorando l’uso dei medicinali attraverso diversi tipi di intervento.

Fondamentalmente, i cambiamenti introdotti tendono ad aumentare l’efficacia, la rapidità e la trasparenza degli interventi di farmacovigilanza attraverso regole che mirano a:

  • rafforzare i sistemi di farmacovigilanza (quali ruoli e responsabilità chiaramente definiti per tutte le parti)
  • razionalizzare le attività tra gli Stati Membri ad esempio attraverso una ripartizione delle stesse attività con condivisione del  lavoro svolto evitando duplicazioni
  • incrementare  la partecipazione dei pazienti e degli operatori sanitari
  • migliorare i sistemi di comunicazione delle decisioni prese e darne adeguata motivazione,
  • aumentare la trasparenza

Senza entrare troppo nei dettagli tecnici il Ministero della Sanità insieme ai vari stati membri dell’UE si sta adoperando per tutelare il più possibile la salute dei cittadini tramite l’applicazione di nuove norme e l’istituzione di nuove forme di collaborazione quali il “Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza”, istituito all’interno dell’EMA e a cui partecipano tutti gli Stati membri. Non ci resta che fidarci no?

 

Fonti:

  • AIFA: agenzia italiana del farmaco
  • Top 10 clinical trials that went horribly wrong – Listverse

 

Di Ilaria Rita Denicolai

Biografia:

Mi chiamo Ilaria, ho 24 anni e vivo nella mia bellissima città di Monza (sì, quella dove si tiene una gara della F1 all’autodromo!). A settembre 2016 ho conseguito la laurea triennale presso l’Università degli studi di Pavia con 110/110 e Lode. Dopo la laurea ho avuto molto a cui pensare per via della scelta della magistrale: ho sempre voluto lavorare nel campo della ricerca ma durante il mio percorso universitario ho trovato sempre più motivi per non intraprendere questo lavoro in ambito accademico. Sono capitata quasi per caso (o per fortuna direi!) sul sito CRAsecrets.com e ho conosciuto Stefano che mi ha gentilmente aperto gli occhi sulla professione del CRA (di cui mi sono innamorata e a cui aspiro) e mi ha dato la possibilità di collaborare con lui nella stesura di testi inerenti la ricerca clinica. A ottobre inizierò la laurea magistrale che ho finalmente scelto in linea con i miei progetti per il futuro: SaxBi (Safety Assessment of Xenobiotics and Biotechnological Products) presso l’Università degli Studi di Milano, sicura della mia scelta e di ciò di cui sono capace.